?> TRENTA NOTTI SENZA STELLE – Asili Notturni Umberto I
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In un’altra vita devo essere stato un barbone.
Mia moglie dice che lo sono anche in questa, a giudicare dalla disinvoltura con cui sguazzo con gli stessi abiti addosso per tre giorni di fila, certe volte. È che certe volte non mi sembrano poi così importanti, gli abiti. Questa smania di essere sempre presentabili, connessi, accesi sul mondo e sulle sue imperdibili vacuità.
Ci sono momenti in cui sentiamo il bisogno di spegnerlo, quel telefonino rovente che è la nostra vita. E restarcene spenti per un po’, in silenzio, ad ascoltare un dolore che galleggia dentro, prima che l’autodisciplina che ci siamo imposti per sopravvivere ci ordini di reagire, di rimettere in carica la batteria.
Non giustifico i deboli, gli sventurati, gli arresi. Però li sento miei fratelli.
Credo sia perché non sono né stupidi né cattivi. Io temo i cattivi e detesto gli stupidi, contro i quali – a differenza dei cattivi – non esiste difesa. Ammetto la mia debolezza: non sono un santo, e cattivi e stupidi non riescono a stimolare la mia solidarietà umana.
I barboni invece li sento fatti della mia stessa carne, soltanto un po’ più fragili: il pugno che fa vacillare me, loro li stende al tappeto.
E la vita di tutti quanti è piena di pugni, dati e presi, anche se nel ricordo indulgiamo più volentieri sui secondi: amori scaduti, sogni infranti, amicizie tradite.
La storia che avete fra le mani racconta di un uomo che è finito al tappeto e non riesce a tornare su. Non parla mai e i suoi pensieri sterzano spesso sul tasto più inutile: il lamento, il vittimismo, il rancore, quel considerare gli altri colpevoli del proprio destino. Ma l’eroe del racconto di Claudio Zangrandi non ha solo una bocca per tacere e un cervello per pensare storto. Ha anche un cuore: ferito e grande …
Massimo Gramellini

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